Biografia

Biografia

Michele Bruni nasce a Vetralla (VT), fin da bambino dimostra una certa attitudine al disegno, più tardi si diploma al Liceo Artistico Tuscia di Viterbo. Attualmente vive e lavora a Frassini, piccola frazione del Comune di Chiusdino. Formatosi alla scuola per scalpellini di Rapolano Terme, vanta una grande dimestichezza con il  marmo, la pietra e la loro lavorazione, tanto che è stato tra i manutentori del meraviglioso pavimento mosaico del Duomo di Siena.

La tecnica che deriva dalla conoscenza del mestiere di lapicida e la sua spiccata sensibilità artistica sono alla base della sua scultura.

Lavora vari tipi di pietra: dal tufo al nenfro, al travertino, al peperino, all’alabastro e a svariati tipi di marmo. Le sue opere spaziano, da elementi di arredo architettonico a elementi di arredo sacro (capitelli, cattedre vescovili, leggii, bassorilievi, altari etc…) presenti in alcune chiese nelle provincie di Viterbo e Siena.

Michele Bruni ha profondo rispetto della materia, le sue creazioni riportano alla luce ciò che in quel blocco grezzo era nascosto.

“Ogni singola pietra ha una sua particolare bellezza, un suo autentico fascino”, dice lo scultore.

La materia viene delicatamente modellata, Bruni ne sente le potenzialità, vede la forma nascosta che in essa è contenuta, è la propria immaginazione e sensibilità tutta michelangiolesca  a suggerirgliela. Un po’ come il gioco che si faceva da bambini, quando con lo sguardo rivolto all’insù, si cercava di dare forma alle nuvole. Questa è la magia e la potenza della sua opera, guardandole puoi dire soltanto, si, lì dentro c’era proprio questo.

Bozzetto per la realizzazione dell'opera

Bozzetto per la realizzazione dell’opera

Il professor Piergiacomo Petrioli, storico dell’arte, dice di Michele Bruni:

“L’elemento che caratterizza la scultura di Michele Bruni è l’intenso ed umile rapporto con la materia. Il giovane scultore infatti dialoga con l’elemento pietra, non lo usa, violentandone la peculiare natura. V’è un rapporto di intima comunione con i diversi materiali lapidei nelle opere di Bruni, che si esplicita in un colloquio intimo e paritario: l’opera dell’artista non domina la pietra, né da essa si fa dominare, bensì vi dialoga sommessamente. Il senso della Natura creatrice è preponderante nella poetica di Bruni; l’artista entra all’interno del blocco grezzo con rispetto, non distruggendolo tramite la violenta azione dello scalpello o della subbia, alterandone completamente e definitivamente la fisionomia e la struttura originaria, ma giocando con le forme modellate nei secoli dalla natura stessa, in estetica simbiosi e intimità fabbrile.

Bisogna pure notare che Michele Bruni possiede, grazie alla sua formazione alla scuola per scalpellini di Rapolano (Siena) una notevole conoscenza del mestiere di lapicida, tecnica forbita che gli consente di affrontare con sensibilità il blocco e sentirne in maniera consapevole le complete potenzialità, portandole infine alla luce.

Tipico di tale rapporto arte/materia è la Mano (citazione dal celeberrimo lacerto del monumento all’imperatore Costantino nei romani musei capitolini), che da una base grezza, gradatamente raggiunge la politezza lucida ed assoluta alla punta del dito, mostrando in tal modo e con grande finezza esecutiva un senso, tutto michelangiolesco, di progressiva liberazione ed alleggerimento della forma.

Notevole è pure la serie di volti muliebri, figure idealizzate di donne in translucente alabastro dai colli modiglianeschi e capigliature di sinuosa geometria. Anche in queste opere Bruni non leviga la materia, onde farne risaltare “artificialmente” la bellezza opalescente, ma anzi vi opera, con raspe ed altri attrezzi, delle graffiature delle abrasioni. Su tali sculture il segno, lo sgraffio, oltre che tecnica e simbolo, è anche e principalmente indicazione del lavorìo dell’artista, del suo volere incidere sì la dura materia, ma non in modo totale e definitivo. Tali segni costruiscono le forme e creano uno scambievole dialogo tutto materico tra lucido ed opaco.

I solchi grezzi dell’attrezzo scultoreo manifestano la loro importanza anche nelle due statue raffiguranti un monaco buddista ed uno ortodosso. Due religiosi stiliti, poggiati su una stele petrosa, la quale è rocca di santità e mistica elevazione estatica, come sottolineato appunto dalle tracce della subbia che costruiscono sulla base/colonna un moto vorticoso di linee ascendenti. Il monaco cristiano è ritratto con bizantina ieraticità e stilemi romanici (si noti il volto allungato in cui, secondo Dante, l’arcata sopraccigliare e il naso formano simbolicamente la parola “omo”), si pone quale complemento e pendant del monaco buddista. Il primo è costruito con forme allungate e dinamiche che rievocano l’arco gotico ed acutezze di pensiero, mentre l’altro, contrappunto eremitico, è basato su sagome tondeggianti e statiche che richiamano i principi della filosofia buddista.”

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